Albert Camus, L'uomo in rivolta, (l'Homme rivolté, 1951), tr. Liliana Magrini, Bompiani, 2017.


"La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l'uomo che cammina sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Non tutti i valori trascinano con sé la rivolta, ma ogni moto di rivolta fa tacitamente appello a un valore. Si tratta almeno di un valore?

Per quanto confusamente, dal moto di rivolta nasce una presa di coscienza: la percezione, ad un tratto sfolgorante, che c'è nell'uomo qualche cosa con cui l'uomo può identificarsi, sia pure temporaneamente. Questa identificazione, fin qui, non era realmente sentita", p. 18.

"Lo schiavo, nell'attimo in cui respinge l'ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo. Il moto di rivolta lo porta più in là del semplice rifiuto. Egli oltrepassa anche il limite che fissava al suo avversario, chiedendo ora di essere trattato da pari a pari. Quanto era prima resistenza irriducibile dell'uomo, diviene l'uomo intero che con essa si identifica e vi si riassume. Quella parte di sé che voleva far rispettare, la mette al di sopra del resto, e la proclama preferibile a tutto, anche alla vita. Essa diviene per lui sommo bene. Lo schiavo si getta di colpo ("se è così…) nel Tutto o Niente. La coscienza viene alla luce con la rivolta", p. 19.

"Ma s'invidia ciò che non si ha, mentre nella rivolta l'uomo difende ciò che egli stesso è […] Lotta per l'integrità di una parte del proprio essere. Non cerca innanzitutto di conquistare, ma di imporre", pp. 21-22.


"Negativa in apparenza, poiché nulla crea, la rivolta è profondamente positiva poiché rivela quanto, nell'uomo, è sempre da difendere", pp. 23-24.



"L'uomo in rivolta è l'uomo che sta prima e dopo il sacro, e si adopera a rivendicare un ordine umano in cui tutte le risposte siano umane, cioè razionalmente formulate", p. 25

"L'uomo, certo, non si riassume nell'insurrezione. Ma la storia di oggi, con le sue contestazioni, ci costringe a dire che la rivolta è una delle dimensioni essenziali dell'uomo", p. 25.

"A meno di fuggire la realtà, dobbiamo trovare in essa i nostri valori. Si può, lungi dall'universo religioso, e dai suoi valori assoluti, trovare una regola di condotta? È questa la domanda posta dalla rivolta", p. 26.


"L'insorto metafisico non è dunque sicuramente ateo, come si potrebbe credere, ma necessariamente blasfemo. Semplicemente, egli bestemmia innanzi tutto in nome dell'ordine, denunciando in Dio il padre della morte e il supremo scandalo", p. 32.

"Più che negare, l'uomo in rivolta sfida. Primitivamente almeno, non sopprime Dio, gli parla semplicemente da pari a pari", p. 33.


"Il dandy è dunque costretto a destare sempre stupore. Sua vocazione è la singolarità, suo perfezionamento un perenne andare oltre. Sempre in situazione di rottura, ai margini, forza gli altri a crearlo, negando i loro valori. Recita la propria vita, non potendo viverla", p. 62.

"Se rifiuta l'immortalità, che gli rimane? La vita in quanto ha di elementare. Soppresso il senso della vita, rimane ancora la vita", p. 67.


"Per non odiare s stessi, bisognerebbe dichiararsi innocenti, ardimento sempre impossibile all'uomo solo: l'ostacolo è questo, che egli si conosce. Si può almeno dichiarare che tutti sono innocenti, sebbene trattati da colpevoli. Il criminale, allora è Dio", p. 95


"La grandezza di Rimbaud non sta nei primi gridi di Charleville né entro i traffici dell'Harrar. Prorompe nell'attimo in cui, dando alla rivolta il linguaggio più stranamente appropriato che mai le sia stato conferito, dice ad un tempo il suo trionfo e la sua angoscia, la vita assente al mondo e il mondo inevitabile, il grido verso l'impossibile e la realtà ruvida da stringere, il rifiuto della morale e la nostalgia irresistibile del dovere. Nel momento in cui, portando in sé l'illuminazione e l'inferno, insultando e salutando la bellezza, ha fatto di una contraddizione irrinunciabile un duplice e alterno canto, è poeta della rivolta, e il massimo", p. 101.


"Il rifiuto della morte, il desiderio di durata e di trasparenza, sono incentivi di tutte queste pazzie, sublimi o puerili. È soltanto il vile e personale rifiuto di morire? No, poiché molti di questi ribelli hanno pagato quanto occorreva per essere all'altezza delle loro esigenze. L'uomo in rivolta non chiede la vita, ma le ragioni della vita […] Lottare contro la morte equivale a rivendicare un senso alla vita, a combattere per la regola e l'unità", p. 114.



"Il movimento di rivolta, all'origine, è di breve respiro. Non è che un'attestazione senza coerenza. La rivoluzione invece prende principio dall'idea. Precisamente, è l'inserzione dell'idea nell'esperienza storica mentre la rivolta è soltanto il moto che porta dall'esperienza individuale all'idea […] una rivoluzione è un tentativo di modellare l'atto sull'idea, di foggiare il mondo entro un'inquadratura teorica", p. 122.


"In parole semplici, l'uomo non viene riconosciuto e non si riconosce come uomo fino a che si limita a sussistere in modo animale. Bisogna che sia riconosciuto dagli altri uomini. Ogni coscienza è, nel suo principio, desiderio di essere riconosciuta e salutata come tale dalle altre coscienze. Sono gli altri a generarci. Solo nella società riceviamo un valore umano superiore al valore animale", p. 156.


"La soppressione dei valori morali e dei principi, l'avervi sostituito il fatto, sovrano provvisorio, ma reale, non ha potuto condurre, lo si è visto chiaramente, che al cinismo politico, sia esso proprio dell'individuo, o piu' gravemente, allo stato", p. 161

"Ma nulla può scoraggiare l'appetito di divinità nel cuore dell'uomo", p. 165,


"Chi uccide o tortura non conosce che un'unica ombra alla propria vittoria: non può sentirsi innocente. Deve dunque creare la colpevolezza nella vittima stessa perché, in un mondo senza direzione, la colpevolezza generale non legittimi altro che l'esercizio della forza, non consacri altro che il successo. Quando il concetto di innocenza scompare nell'innocente stesso, la potenza eretta a valore regna definitivamente sovra un mondo disperato […] Il potere di uccidere e d'avvilire salva l'anima servile dal nulla", p. 203.


"Quando si ha garanzia che il domani, secondo l'ordine stesso del mondo, sarà migliore dell'oggi, ci si può divertire in pace. In modo paradossale, il progresso può servire a giustificare il conservatorismo. Tratta fiduciaria emanata sul futuro, esso autorizza così la buona coscienza del signore. Allo schiavo, a quelli cui il presente è miserabile e che non hanno alcuna consolazione in cielo, si assicura che il futuro, almeno, è loro. L'avvenire è il solo tipo di proprietà che i padroni concedono volentieri agli schiavi", p. 214.


"Del resto, il determinismo puro è anch'esso assurdo. Se così non fosse, basterebbe una sola affermazione vera perché di conseguenza in conseguenza, si pervenisse alla verità intera. Ciò non essendo, o non abbiamo mai pronunciato un'affermazione vera, oppure ci accade di dire il vero, ma senza conseguenze, e il determinismo è falso", p. 219.


"L'utopia sostituisce a Dio l'avvenire. Essa identifica allora avvenire e morale: solo valore, quello che serve tale avvenire", p. 228.

"…quando il lavoro è avvilimento, non è vita, sebbene occupi tutto il tempo della vita. Chi, nonostante le pretese di questa società, può dormirvi in pace, sapendo ormai che essa trae i suoi mediocri piaceri dal lavoro di milioni di anime morte?", p. 229.


"La frenesia storica si chiama potenza. La volontà di potenza è venuta a dare il cambio alla volontà di giustizia, dapprima fingendo di identificarsi in essa, e poi relegandola chissà dove al termine della storia, in attesa che non resti sulla terra nulla da dominare", p. 247.


"L'irrazionale può servire all'Impero così come può confutarlo. Sfugge al calcolo, e il calcolo solo deve regnare nell'Impero. L'uomo non è altro che un gioco di forze sul quale si può premere razionalmente", p. 259.

"Quest'inconscio può allora definire l'originalità di una natura umana, opposta all'io storico. L'uomo invece deve ridursi all'io sociale e razionale, oggetto di calcolo. Si è dovuto dunque asservire non solo la vita di ciascuno, ma anche l'evento più irrazionale e solitario, la cui attesa accompagna l'uomo lungo tutta la vita. L'Impero, nel suo sforzo convulso verso il regno definitivo, tende a integrare la morte", p. 259.


"Persino il nemico deve collaborare all'opera comune, Fuori dall'Impero, nessuna salvezza. Quest'Impero è o sarà quello dell'amicizia. Ma si tratta dell'amicizia delle cose, perché l'amico non può essere preferito all'Impero. L'amicizia, non ne esiste altra definizione, è la solidarietà particolare, fino alla morte, contro tutto ciò che non appartiene al regno dell'amicizia. L'amicizia delle cose è l'amicizia in generale, l'amicizia con tutti, che implica, quando debba preservarsi, la denuncia di ciascuno. Chi ami l'amico o l'amica, l'ama nel presente, e la rivoluzione non vuole amare se non un uomo che ancora non c'è. Amare, in certo modo, è uccidere l'uomo compiuto che deve nascere per effetto della rivoluzione. Perché un giorno egli viva, deve essere infatti, fin d'ora, preferito a tutti. Nel regno delle persone, gli uomini si legano d'affetto; nell'Impero delle cose, gli uomini si uniscono mediante la delazione. La città che si pretendeva fraterna diviene un formicaio di uomini soli", p. 260.



"Il dialogo, relazione di persone, è stato sostituito dalla propaganda e dalla polemica, che sono due generi di monologo. L'astrazione, propria al mondo delle forze e del calcolo, ha sostituito le vere passioni che appartengono al regno della carne e dell'irrazionale", p. 261.

"La totalità non è unità […] Il giudice supremo non è più nei cieli, è la storia stessa, che applica sanzioni in veste di divinità implacabile", p. 262.


"Qui termina l'itinerario sorprendente di Prometeo. Clamando il suo odio agli dèi e il suo amore all'uomo, distoglie con spregio il suo sguardo da Zeus e viene verso i mortali per condurli all'assalto del cielo. Ma gli uomini sono deboli, o vili, bisogna organizzarli. Amano il piacere e la felicità immediata; bisogna insegnar loro a rifiutare, per farsi più grandi, il miele dei giorni. Così Prometeo diviene dapprima maestro che insegna, e poi, a sua volta, padrone che comanda. La lotta si prolunga ancora e diviene estenuante. Gli uomini dubitano d'approdare mai alla città del sole, e che questa città esista. Bisogna salvarli da se stessi. Allora l'eroe dice loro che conosce la città, e che è il solo a conoscerla. Chi ne dubita verrà gettato nel deserto, inchiodato ad una roccia, offerto in pasto agli uccelli crudeli. Gli altri marceranno ormai nelle tenebre, dietro al signore pensoso e solitario. Prometeo solo è divenuto dio e regna sulla solitudine degli uomini. Ma, di Zeus, non ha conquistato che la solitudine e la crudeltà: non è più Prometeo, è Cesare. Il vero, l'eterno Prometeo ha preso il volto di una delle sue vittime. Lo stesso grido, venuto dal fondo dei tempi, echeggia sempre in fondo al deserto di Scizia", p. 266


"L'arte contesta il reale, ma ad esso non si sottrae […] L'arte ci riconduce così alle origini della rivolta, in quanto tenta di dar forma a un valore che fugge dal divenire perpetuo, ma che l'artista ha presentito e vuol sottrarre alla storia", pp. 282 – 283.

"La contraddizione sta in questo: l'uomo rifiuta il mondo qual è, senza accettare di sfuggirgli. Di fatto, gli uomini tengono al mondo, e nella loro immensa maggioranza, non desiderano lasciarlo. Lungi dal volerlo sempre dimenticare, soffrono invece di non possederlo abbastanza, strani cittadini del mondo, esuli in patria. Salvo negli istanti sfolgoranti di pienezza, ogni realtà è per loro incompiuta […] Ma questa visione che, almeno nella conoscenza, li riconcilierebbe finalmente con se stessi, non può apparire, se appare, se non nell'attimo fuggente che è la morte: in essa tutto si compie. Per essere, una volta, al mondo, bisogna non essere mai più", p. 285.

"Se il mondo del romanzo americano è quello degli uomini senza memoria, il mondo di Proust non è in sé che una memoria. Solo, si tratta della più difficile e più esigente tra le memorie, quella che rifiuta la dispersione del mondo qual è, e trae, da un profumo ritrovato, il segreto di un nuovo e antico universo", p. 291.


 "Il formalismo può riuscire a svuotarsi sempre più di ogni contenuto reale, ma sempre l'aspetta un limite. Persino la geometria pura cui perviene talvolta la pittura astratta chiede ancora al mondo esterno i suoi colori e i suoi rapporti prospettici. Il vero formalismo è silenzio", p. 294.

"Sarebbe ingiusto, e del resto utopistico, che Shakespeare reggesse la società dei ciabattini. Ma non sarebbe meno disastroso che la società dei ciabattini pretendesse di fare a meno di Shakespeare. Shakespeare senza il ciabattino serve d'alibi alla tirannia. Il ciabattino senza Shakespeare viene assorbito dalla tirannia, ove non contribuisca ad estenderla", p. 299.


"La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei […] Si può, eternamente, rifiutare l'ingiustizia senza cessare di salutare la natura dell'uomo e la bellezza del mondo? La nostra risposta è sì […] Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti dalla storia, quella virtu' viva che fonda la comune dignità del mondo e dell'uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte al mondo che la insulta", p. 302.


"La rivolta non è affatto una rivendicazione di libertà totale. Al contrario, la rivolta fa il processo alla libertà totale. Contesta appunto il potere illimitato che autorizza un superiore a violare la frontiera vietata. Lungi dal rivendicare nella sua rivolta un'indipendenza generale, l'uomo vuole si riconosca che la libertà ha i suoi limiti ovunque si trovi un essere umano, il limite essendo appunto costituito dal potere di rivolta di quest'essere […] La libertà che egli reclama, la rivendica per tutti; quella che rifiuta, la vieta a tutti", p. 310.

"L'uomo in rivolta non può dunque trovare requie. Sa il bene e fa suo malgrado il male […] incatenato al male, trascinandosi ostinatamente verso il bene", p. 312.


"Se infatti ignorare la storia equivale a negare il reale, è allontanarsi dal reale anche considerare la storia come un tutto autosufficiente", p. 315.

"La libertà assoluta irride la giustizia. La giustizia assoluta nega la libertà. Per essere fecondi, i due concetti devono trovare, l'uno nell'altro, il proprio limite. Nessun uomo reputa libera la propria condizione se non è insieme giusta, né giusta ove non sia libera […] Mai gli uomini sono morti bene se non per la libertà: non credevano allora di morire del tutto", pp. 317-318.


"Quando il fine è assoluto, cioè, storicamente parlando, quando si ritiene certa la sua realizzazione, si può arrivare a sacrificare gli altri. Quando non o è, si può sacrificare soltanto se stessi, come posta di una lotta per la dignità comune. Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questo interrogativo, che il pensiero storico lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi", p. 319.

"Il mondo non consiste in una fissità pura; ma non è soltanto movimento. È movimento e fissità", p. 323,


"La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L'uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che, i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore, l'uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. Ma ingiustizia e sofferenza perdureranno, e, per limitate che siano, non cesseranno di essere scandalo. Il "perché" di Dimitri Karamazov continuerà a risuonare, l'arte e la rivolta non moriranno se non con l'ultimo uomo", p. 331.


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