Albert Camus, Il primo uomo, (Le premier Homme, 1994), tr. Ettore Capriolo, Giunti, 2020.
"Ma, nella strana vertigine che lo aveva colto in quel momento, quella statua che ogni uomo finisce per erigere e indurire al fuoco degli anni, insinuandosi in essa per attendervi lo sgretolamento finale, stava già per andare in pezzi. Non restava ormai che quel cuore angosciato, avido di vita, ribelle all'ordine mortale del mondo, che lo aveva accompagnato per quarant'anni e continuava a battere con la stessa forza contro il muro che lo separava dal segreto di ogni vita, con la volontà di andare più in là, di andare oltre, e di sapere, sapere prima di morire, sapere finalmente per essere, una sola volta, un solo secondo, ma per sempre", p. 28.
"Jacques Cormery, sdraiato seminudo nella propria cabina, guardava danzare sui bordi di rame dell'oblò i riflessi del sole sbriciolato sul mare", p. 39.
"Ma sarebbe stato come varcare quella barriera invisibile dietro la quale l'aveva vista trincerarsi da quando era al mondo-dolce, gentile, conciliante, persino passiva, e tuttavia mai conquistata da niente e da nessuno, isolata nella sua semisordità, nelle sue difficoltà con la lingua, bella certo, ma inaccessibile, e più ancora quanto più sorrideva...", p. 58.
"La guerra era come una brutta nuvola, gravida di oscure minacce, ma non si poteva impedirle di invadere il cielo, come non si poteva impedire l'arrivo delle cavallette o egli uragani devastanti che s'abbattevano sugli altipiani algerini. I tedeschi costringevano, ancora una volta, la Francia alla guerra e si sarebbe sofferto-e non c'era una ragione, lei non conosceva la storia della Francia e non sapeva nemmeno cosa fosse la storia […] Nalla notte del mondo che lei non poteva immaginare si era insediata una notte più buia, erano arrivati ordini portati in pieno bled da un gendarme stanco e sudato, e avevano dovuto lasciare la fattoria dove si stava preparando la vendemmia…", pp. 66-67.
"…incapace di immaginare una morte così lontana, in fondo a una notte sconosciuta", p. 69.
"E poi, in lei e nella casa, non c'era più nulla di quell'uomo divorato da un fuoco universale, di cui restava soltanto un ricordo impalpabile come le ceneri di un'ala di farfalla arsa nell'incendio di una foresta", p. 70.
"…la povertà, l'infermità, il bisogno i cui viveva l'intera sua famiglia, se non giustificavano tutto, impedicano comunque di condannare quelli che ne erano vittime. Si facevano del male a vicenda senza volerlo, solo perché ognuno era per l'altro il rappresentante della crudele indigenza in cui tutti vivevano", pp. 114-115.
"Continuavano a vivere dello stretto necessario, pur non essendo più nell'indigenza, ma era ormai un'abitudine, unita a una differenza rassegnata di fronte alla vita che amavano per un istinto animale, sapendo però per esperienza che partorisce regolarmente disgrazie senza nemmeno aver dato segno di esserne gravida", pp. 122-123,

"… l'immagine dolciastra e inesistente di quel quartiere in cui lui aveva regnato tutto il giorno nell'innocenza e nell'avidità, ma che la fine della giornata rendeva all'improvviso misterioso e inquietante, quando le strade cominciavano a popolarsi di ombre, o meglio quando un'unica ombra anonima, annunciata da un sordo scalpiccio e da un confuso rumore di voci, spuntava a volte, inondata di gloria sanguinante, nella luce rossa di un'insegna di farmacia, e il ragazzo, pieno di angoscia improvvisa, correva verso la misera casa per ritrovare i suoi", p. 124.
"…la miseria è una fortezza senza ponte levatoio", p. 133.
"…poi si precipitò alla finestra, per guardare il suo maestro che lo salutava ancora una vota e lo lasciava ormai solo, e anziché la gioia del successo, sentì un immenso dolore infantile che gli stringeva il cuore, come se spesse in anticipo che quel successo lo sradicava dal mondo caldo e innocente dei poveri, un mondo chiuso in se stesso come un'isola nella società, ma nel quale la miseria sostituisce la famiglia e la solidarietà, per gettarlo in un mondo sconosciuto che non era più il suo…", p. 158.

"E i figli e i nipoti di costoro su erano trovati su questa terra come lui, senza un passato, senza una morale, senza lezioni e senza religione, ma felici di esserci e di esserci nella luce, angosciati davanti alla notte e alla morte. Tutte queste generazioni, tutti quegli uomini venuti da tanti paesi diversi, sotto quel cielo stupendo dove già saliva l'annuncio del crepuscolo, erano scomparsi senza lasciar traccia, chiusi in se stessi. Un oblio immenso si era steso su di loro, e in verità era questo che dispensava quella terra, questo che scendeva dal cielo con la notte sui tre uomini che tornavano verso il villaggio, con il cuore serrato per l'avvicinarsi delle tenebre, pieni di quell'angoscia che coglie gli uomini d'Africa quando la sera cala rapida sul mare, sulle montagne tormentate e sugli altipiani, la stessa sacra angoscia che sui pendii della montagna di Delfi, dove la sera produce il medesimo effetto, fa sorgere tempi e altari", p. 172.
"Come se la storia degli uomini, quella storia che non aveva mai smesso di procedere senza lasciar tracce su una delle sue terre più antiche, evaporasse sotto il sole incessante con il ricordo di chi l'aveva davvero fatta, riducendosi a crisi di violenza e di massacri, a fiammate d'odio, a torrenti di sangue che si gonfiavano in fretta e in fretta si inaridivano, come gli uadi del paese", p. 173.
"Lui aveva cercato di sfuggire all'anonimato, alla vita povera, ignorante, testarda, non se l'era sentita di vivere al livello di quella pazienza cieca, senza parole, senz'altro progetto che l'immediato", p. 175.
"Il contenuto dei libri era, in fondo, poco importante. Importante era ciò che sentivano entrando in biblioteca, dove non vedevano pareti di libri neri, ma uno spazio e una molteplicità di orizzonti che, sin dalla soglia, li portavano lontano dalla vita limitata del quartiere", p. 218.
"Della povertà sinora aveva conosciuto soltanto la ricchezza e a gioia. Ma il caldo, la noia, la stanchezza, gliene rivelavano la maledizione, quella del lavoro spaventosamente stupido, la cui monotonia interminabile rende nello stesso tempo le giornate troppo lunghe e troppo breve la vira", pp. 237-238.
"Ma davvero c'era soltanto questo, quei gesti, quei giochi, quell'audacia, quella fuga, la famiglia, la lampada a petrolio e la scala buia, le palme nel vento, la nascita e il battesimo nel mare, e infine quelle estati buie e laboriose? Si, c'era questo, oh, senza dubbio, ma c'era anche la parte oscura dell'individuo, ciò che in tutti quegli anni si era agitato in lui sordamente, come quelle acque profonde che sottoterra, dal fondo dei labirinti rocciosi, pur non avendo mai visto la luce del giorno, riflettono un bagliore smorzato, venuto chissà da dove, aspirato forse dal centro rosseggiante della terra mediante capillari pietrosi nell'aria nera di quegli antri nascosti, dove vegetali viscosi e [compressi] continuano a trarre nutrimento per vivere dove sembrava impossibile qualsiasi vita", p. 244.
" E anche lui, più di lei forse, essendo nato su una terra senza avi e senza memoria, dove l'annientamento di coloro che l'avevano preceduto era stato ancor più totale e la vecchiaia non trovava quelle consolazioni della malinconia che riceve nei paesi di civiltà, lui come una lama solitaria e vibrante, destinata a spezzarsi all'improvviso e per sempre, una pura passione di vivere contrapposta a una morte totale, sentiva oggi sfuggirgli la vita, la giovinezza, le persone, senza poter in alcun modo salvarle, abbandonandosi soltanto alla cieca speranza che questa forza oscura che per tanti anni lo aveva elevato al di sopra dei giorni, nutrito oltre misura, preparato per le situazioni più dure, glia avrebbe anche fornito, e con la stessa generosità instancabile con cui gli aveva dato ragioni per vivere, ragioni per invecchiare e morire senza ribellione", p. 249.