Fare impresa: luoghi comuni e realtà
3° parte
L'esito della rilevanza della dimensione personale rispetto a quella professionale non poteva che essere demotivazione, frustrazione, blocco: fino a giungere, in casi di estremo scoraggiamento e colpevolizzazione, alla rinuncia al lavoro. Oppure ad insistere nel medesimo schema comportamentale ("Devo crederci di più", "Devo essere più motivato", "Devo metterci più impegno"), arrivando a sbagliare ancora di più e meglio: si riproponeva l'errore, infatti, ma con maggiore convinzione e "bravura" e ciò nell'auspicio che la reiterazione, da sola, bastasse a modificare gli esiti indesiderati (il motto volere è potere, sempre tra i piedi!).
E poi è arrivato il covid.
Certo, anche prima della crisi pandemica non erano mancati segni dell'ingerenza della casualità e dell'interdipendenza del destino personale da quello dei propri simili (anche se distanti migliaia di chilometri) nella rigida programmazione della propria esistenza. Anche prima della pandemia e del lockdown erano stati molteplici le dimostrazioni del fatto che non basta la volontà per riuscire nei propri intenti. Insomma, che non è sufficiente "crederci" per centrare il bersaglio.
Il che, forse, era cosa nota e risaputa alle "vecchie generazioni" di professionisti ed imprenditori (quelli che, senza tanti fronzoli motivazionali, tirarono fuori il paese dalle macerie materiali, economiche e sociali del dopoguerra), ma ben poco credibile (anzi, ritenuto segno di debolezza caratteriale e disfattismo) per le nuove generazioni, ovverossia per quell'ampia schiera di reduci dallo yuppismo anni '80 e di giovani manager lavoratori autonomi formatosi, negli anni '90, proprio a suon di slogan fuffa.
Il covid, con la sua arrogante irruenza nella quotidianità di tutti, ha sbaragliato i giochi fondati sui sogni e la volontà. Ha messo tutti di fronte all'ineluttabilità del caso e all'esigenza di confrontarsi con la realtà apportando, quando è necessario, rapidi e radicali cambiamenti ad abitudini acquisite e consolidate nel tempo, pur se vincenti a breve termine.
Si sono riaffermate le competenze. È emersa l'urgenza di imparare a programmare, che non è semplicemente scrivere la scaletta delle cose da fare e degli impegni da rispettare. Si è affermato il valore delle priorità rispetto all'ossessionante insistenza sugli obiettivi da raggiungere a tutti i costi credendoci, mettendoci la faccia, ecc.
Insomma, fare impresa ha recuperato buona parte del suo significato originario: creare e valorizzare il proprio business, più che costituire un percorso di crescita personale basato su un'approssimazione del pensiero (quello che genera, e che a sua volta ne è generato, dalla solfa pseudo-motivazionale) che è un segno, inconsapevole quanto inconfondibile, dell'abbandonarsi all'incertezza (altro che se vuoi, puoi!).
Fare impresa non si poggia più sui sogni ma sul pensiero, che produce obiettivi, priorità e scopi.
Si riafferma, così, pur se a fatica, il pensare come vero e proprio strumento di lavoro.

Fine